in montagna non c’è fango

come spesso mi accade, amo guardare le cose dai margini degli eventi

ad esempio per l’adunata degli alpini a Torino di questo sabato e domenica

quindi una osservazione non nei momenti ufficiali come alzabandiere o canti o sfilate davanti ad autorità

piuttosto vedendoli passeggiare sulla via in un momento di pausa da impegni legati alla manifestazione

lasciando andare lo sguardo ai loro volti, ai sorrisi, al tipo di passo, ecco, quello

per ovviamente tornare con la mente ed il cuore all’altra adunata torinese, era il 1988, avevo 16 anni e mio padre, con il cappello alpino in testa, mi portò con sè in una passeggiata in centro

certamente un momento di impatto emozionale non da poco se si considera che io stesso ho indossato con orgoglio quel cappello dal 1996 al 2002, quando ho lasciato l’esercito

un cappello-simbolo, riconosciuto in tutta Italia, che non ha pari in altri reparti delle forze armate (gli unici più riconosciuti sono ovviamente i carabinieri, ma a livello associativo di ex appartenenti non si avvicinano minimamente a questa realtà…)

e la domanda spontanea che ogni volta sorge in me è “come è possibile che ragazzi di allora venti anni che hanno prestato il servizio militare obbligatorio per dodici mesi, trenta se non più anni dopo ancora mostrino orgogliosi l’appartenenza ad un corpo militare?”

bè, penso ai racconti di mio padre e di mia madre, ad esempio

mio padre, della allora contadina provincia di Cuneo, che ricevette la cartolina di precetto con destinazione Tolmezzo (Udine), luogo geograficamente a lui ignoto per cui il viaggio in treno Torino-Tolmezzo sono certo sia stato per lui motivo di non poca ansia

in effetti era un’altra Italia, erano gli inizi anni sessanta, ed il servizio militare era uno di quei riti-di-passaggio innegabili di quei tempi, era realistica la regola per cui “partivi ragazzo e tornavi uomo”

una esperienza formativa, perchè svezzava e allontanava forzatamente dal proprio ambiente di origine per avvicinarsi ad un mondo estraneo e lontano, non solo geograficamente parlando

l’assenza di mezzi di comunicazione (se non la corrispondenza via lettera o qualche rara telefonata) facevano il resto per cui si era davvero lontani, tornando in licenza magari ogni due mesi e per breve tempo prima del rientro in caserma

in quel tipo di situazione era ovvio che nascessero delle amicizie forti tra i commilitoni, ragazzi che si trovavano a condividere per mesi la stessa camerata e le stesse esperienze in un clima avverso come può essere quello della montagna, tra nevicate e piogge, in ascensioni faticose e campi itineranti estivi sotto il sole cocente

ecco allora i racconti di mio padre e le fotografie in bianco-nero che a volte di nascosto andavo a rivedere da ragazzino: lui con la baionetta tra i denti ed il fucile, sdraiato sulla neve, piuttosto che varie foto di gruppo vicino agli obici dell’artiglieria

e poi ovviamente quel cappello appeso in casa oltre alla giacca della divisa con le varie mostreggiature del caso nell’armadio

penso a  mia madre che mi diceva che una volta che mio padre era tornato in licenza aveva avuto difficoltà a riconoscerlo per la folta barba nera da alpino che si era fatto crescere

oppure i racconti circa il suo di padre, altra storia di alpino, che dovendo curare il piede di una mucca dovette sacrificare a malincuore il cappello alpino per poterla fasciare in tutta fretta

vedere quei signori ormai sessantenni-settantenni mi ha riportato a questi e tanti altri racconti, e alla immaginazione del ragazzino che ero io oltre venti anni fa, cresciuto con questo mito delle truppe da montagna, appunto

una sorta di dolce nostalgia di quello stupore, di quella cieca fiducia in qualcosa di indefinibile e indecifrabile che era il mondo dei grandi visto da un bambino, anche

un bel momento, insomma

ps: è strana la memoria, del 1988, tra le altre cose, ricordo uno striscione in sfilata, riportava la frase “in montagna non c’è fango“, che fuori dalla retorica ha un significato profondo e di valore

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8 risposte a in montagna non c’è fango

  1. arielisolabella ha detto:

    straordinario si !!!

  2. gabriarte ha detto:

    come mi fai sentire anziana!!! mi ricordo gli anni di tuo padre, Io invece, aspettavo ore dalla finestra l’arrivo di mio fratello, quando rare volte veniva in congedo. Era un parà mi si chiude la gola al ricordo ,mi manca tanto ciao

  3. ombradiunsorriso ha detto:

    e il prossimo anno tutti a Bolzano…
    Loredana

  4. ciao hai ragione, ma qualcuno deve dissociare da quella sembianza che al dare vi è una ricevere, poi rimane un mio pensare duvuto alla disciplina che pratico .

  5. ili6 ha detto:

    ma che bel post, ricco di emozioni che scaturiscono da ricordi carichi di affetto.
    Ho visto un raduno nella mia città nel 2002 : chissà se c’eri pure tu…
    Ricordo l’aria di festa, ma anche la fierezza che traspariva dagli occhi di tantissimi uomini col pennacchio.
    Ciao
    M.Rosaria

    • parolesenzasuono ha detto:

      stai parlando di Catania?
      no, io a parte di sfuggita quelli di Torino, altri non li ho seguito—

      nel settembre 1996 rimasi colpito quando giungendo a Catania con il reparto alpino ci vennero ad accogliere all’aeroporto gli associati alpini della sezione di Catania: gentilissimi e molto disponibili, si offrirono e organizzarono una ascensione sull’Etna—
      alla faccia della Sicilia “solo mare”!!!

  6. Silvia Novabellatrix ha detto:

    Veramente belle le dunate degli alpini. Io ne ricordo una a Genova, parecchi anni fa.
    Una città scontrosa e poco accogliente invasa da una marea di penne nere accampate pure nelle aiuole spartitraffico. Una presenza esaltante e travolgente…che non lasciò dietro di sè nemmeno una cartaccia 🙂
    Ciao Sergio

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